Lecce-Cosenza 92-93 (0-0)

 

“Uagliu’ allura chi facimu? Iamu?”. Domanda superflua…dopo tutto il macello successo meno di un anno prima in quella partita maledetta che ci costò la serie A, potevamo mancare a Lecce? Così domenica 14 marzo 93 alla stazione di Vagliolise ci ritroviamo circa 300 persone alla volta del Salento. Di Andreotta siamo in pochi, con Andrea mi ritrovo nello scompartimento con gli amici di piazza Kennedy, Fabio, Gianfranco e Mimmo. Tra vinello e marocchino, soliti frizzi e lazzi da trasferta il viaggio di andata vola via leggero. Arrivati a destinazione sbirri a dire basta, pullman, breve corteo a piedi e prime scaramucce verbali con gli autoctoni. Ma è all’interno dello stadio che l’atmosfera si surriscalda subito. Nella gara d’andata i leccesi furono rispediti al mittente dopo pochi minuti dal loro ingresso al San Vito…una tribuna B così in carogna non l’avevo vista neanche nel derby con i cozzolari. Ovvio ricordare la cosa ai salentini: “solo 3 minuti, a Cosenza solo 3 minuti”…i dirimpettai non la prendono bene e tentano persino di entrare in campo, ma sono respinti dalle forze dell’ordine. Inizia un fitto lancio di oggetti e petardi con la tribuna al nostro fianco e con i leccesi presenti in curva sopra di noi. Durante la partita gli animi si stemperano un pò, giochiamo decisamente bene sfiorando più volte il vantaggio e nel nostro settore il tifo è una bolgia…alla fine è solo 0 a 0, ma va bene così. Mentre la squadra si sta avvicinando sotto il nostro settore per salutarci avviene il fattaccio. Sono con Fabio: “vidimu se lanciano ancuna maglietta” e scendo un gradino. Un attimo, un rumore strano, qualcosa che rimbalza…poi il boato. Mi ritrovo diversi gradini sotto, gli occhiali mi sono volati via, vedo giallo e soprattutto ho un locomotore nelle orecchie. “Una bomba carta, sti bastardi ci hanno tirato una bomba carta”. Ci vuole qualche minuto per riprendermi, risalgo e trovo uno scarponcino aperto in due e una scia di sangue che va verso l’uscita. Mi vengono incontro Mimmo e Gianfranco disperati: “Fabio, u pede…u pede!!!” Andrea è l’unico che è riuscito a salire sull’ambulanza ( ci racconterà il giorno dopo della sassaiola dei leccesi contro il mezzo). Ormai i nervi sono saltati a tutti: cariche e controcariche nel settore, lancio continuo di petardi con la tribuna. Qui avviene il fattaccio 2. Un ragazzo di Lecce si china per raccogliere una bomba carta lanciata da noi e questa gli esplode in faccia…lo vedo volare via e penso: “su ciuatu è muartu”. Al ragazzo, tale Piccinonni o Piccinonno, sono saltate tre dita della mano destra. A questo punto sembra di parlare di uno scenario di guerra e no i na cazzi i trasferta. Solo al calar della sera usciamo dallo stadio dal “via del mare”…destinazione con i pullman stazione di Squinzano per motivi di ordine pubblico.

Ve la faccio breve: Fabio, ha rischiato di perdere il piede subendo un calvario indescrivibile : 6 interventi di chirurgia per ricostruire il tallone in un centro specializzato in provincia di Vicenza, 120 giorni di ospedalizzazione in un anno, mesi di carrozzina e stampelle e addio al calcio giocato a cui teneva tanto. Dalla curva ha avuto attestati di solidarietà più individuali che come gruppo ed è giusto ricordare il Monaco, che ha fatto tanto per l’ambulanza del viaggio di ritorno a Cosenza, e Piero Lato che gli è stato molto vicino durante la lunga degenza. La società?? Esclusa una visita di Zunico in ospedale…praticamente assente. Un episodio allucinante: qualche mese dopo Fabio espresse il desiderio di assistere a Cosenza Fiorentina, e il suo fraterno amico Pasquale inoltrò una richiesta ufficiale alla società per un ingresso con carrozzina…ancora sta aspettannu a risposta….

La bomba carta era roba nostra…dove eravamo era praticamente impossibile che ci potesse arrivare qualcosa da parte leccese. Il dubbio l’ho sempre avuto, diventato poi certezza nel corso degli anni. Magari l’unabomber nostrano ancora sinni vanta..

E’ capitato durante altre partite con i salentini di sentire l’allucinante coro:”Piccinonni olè, ma la mano dov’è…”, vi prego guagliù ste cose non ci appartengono, lasciamole ai tanto osannati butei che sono davvero maestri in questa goliardia del cazzo. Ma la motivazione che mi ha spinto a scrivere queste quattro parole è ricordare ai più giovani una pagina triste della nostra storia ultrà e anche a chi c’era, che Fabio era uno di noi, “uno dei tanti” cresciuto su quei gradoni, che ha vissuto quegli anni magici e irripetibili, e non è mai stato degnamente ricordato. Perciò in conclusione voglio ricordarlo con nome e cognome: Fabio De Rose, tragicamente scomparso nel 2004, non più “chiru du pede a Lecce”…

Gianluca NS’70.

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